Processo a carico di “Spider-man”, escussi Maresciallo e Brigadiere

1 Dicembre 2025

Redazione Prima Pagina Marsala 11 Novembre 2025

Presieduta dal giudice Francesco Parrinello, si è celebrata davanti al Tribunale di Marsala, udienza nel processo a carico di G.I. accusato di una serie di reati, dalle minacce, stalking, lesioni, violenza privata, fino all’incendio doloso di veicoli, scaturiti dalla denuncia dell’ex compagna R.C. -assistita dall’avv. Matilde Mattozzi. Il quadro indiziario che ha portato l’uomo sul banco degli imputati, è stato ricostruito in aula attraverso le testimonianze dove veniva rappresentato come la fine della relazione sia degenerata in una spirale di minacce, gelosia ossessiva e infine nell’incendio di veicoli.  A rappresentare l’accusa, è il Pubblico Ministero Ignazia Uttoveggio.

Ne avevamo parlato qui:

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L’udienza di oggi si è concentrata sull’escussione del Brigadiere e del Maresciallo della Stazione dei Carabinieri di Castelvetrano, i cui accertamenti hanno permesso di identificare i responsabili. Il Maresciallo, in particolare, ha illustrato come i filmati di videosorveglianza abbiano fornito i riscontri. Le telecamere, che ha definito nitide e dotate di audio chiaro, hanno immortalato l’arrivo di due soggetti travisati, a bordo di una Ford Fiesta (intestata a un amico dell’imputato). I due scendono dall’auto, versano del liquido infiammabile da un bidone e danno fuoco ai mezzi utilizzando un foglio di carta, confermando quanto asserito sia dalla persona offesa che dagli stretti familiari.

Uno dei due, di corporatura più robusta, indossava un passamontagna nero, mentre l’altro, di corporatura più esile, sfoggiava un mantello rosso, una maschera/cappuccio rossa raffigurante Spider-man e delle Nike Air Max nere. Il Maresciallo ha ribadito il dettaglio probatorio, in teoria, più incriminante: nell’audio, il complice si rivolge all’altro chiamandolo per nome, “GXXX (nome dell’imputato, n.d.A.), mettilo dentro la macchina“, riferendosi molto probabilmente, a detta del Maresciallo, al bidone contente il liquido infiammabile.

A supporto, il militare ha confermato il sequestro delle Air Max nere di numero 42, ben visibili nel video, e di una Ford Fiesta identificata e sequestrata perché compatibile con il modello che transitava insistentemente nei luoghi dell’incendio. A ulteriore riscontro, è stato trovato il mantello rosso a casa di uno degli amici dell’imputato, e i militari hanno citato foto dell’imputato con gli amici intercettati, i quali in una ambientale discutevano su un presunto pagamento per l’azione delittuosa.

Il Brigadiere, ha asserito di aver escusso a sommarie informazioni la persona offesa, e proceduto con le perquisizioni, sequestrando un paio di scarpe nere Nike Air Max di taglia 42 nell’abitazione dell’odierno imputato, che vive con i genitori e la sorella. Tuttavia, incalzato dall’avvocato Ignazio Cardinale, legale della difesa dell’imputato, non ha saputo fornire una spiegazione esaustiva sul criterio di attribuzione di tali scarpe all’imputato. Il Brigadiere ha concluso riferendo di non aver rinvenuto gli abiti in maschera e di aver trovato l’imputato sereno e collaborativo. 

Marsala, l’ex compagno “Spiderman” a giudizio per minacce, lesioni e incendio

26 Settembre 2025

L’udienza ha visto l’escussione di tre testi: la nonna, la madre e il cugino della persona offesa

È stata celebrata il 23 settembre, presso il Tribunale di Marsala, l’udienza del processo a carico di G.I., un uomo accusato di una serie di reati che vanno dalle minacce, lesioni, stalking, violenza privata, fino all’incendio di veicoli. Il processo, scaturito dalla denuncia dell’ex compagna R.C, difesa dall’avv. Matilde Mattozzi, vede sul banco degli imputati l’uomo che, con tali condotte, avrebbe trasformato la fine del loro rapporto in un vero e proprio incubo. L’udienza, presieduta dal giudice Francesco Parrinello, con l’accusa rappresentata dal Pubblico Ministero Ignazia Uttoveggio, ha visto l’escussione di tre testi—la nonna, la madre e il cugino della persona offesa—i quali hanno confermato quanto asserito in aula dalla persona offesa durante il corso della scorsa udienza. L’origine del procedimento risiede nella decisione della persona offesa di interrompere la relazione a causa delle incomprensioni tra i due, alle quali, a detta della p.o. e dei testi, si aggiunsero presto minacce, insulti, una gelosia ossessiva e lesioni subite. A far precipitare la situazione, l’incendio doloso di ben tre autovetture e un motore. Se per i primi due incendi non è stato possibile risalire con certezza all’imputato, la svolta è arrivata con l’installazione di telecamere di sorveglianza. Dai filmati degli incendi successivi (auto e un motore), l’imputato sarebbe stato riconosciuto, sebbene travestito da Spiderman e con un mantello rosso, dal modo di camminare, dai capelli biondi visibili sulla nuca, dalle scarpe, e dalle parole pronunciate dall’amico che lo accompagnava: “GXXX (chiamandolo per nome, n.d.A.), porta il bidone in macchina”, contenitore al cui interno si trovava il liquido che è stato poi versato sui veicoli e con cui, utilizzando della carta, è stato appiccato il fuoco. La nonna della p.o. ha offerto una testimonianza ricca di dettagli, asserendo che la nipote si confidava spesso con lei riguardo le minacce e gli insulti ricevuti, descrivendo il periodo come un “incubo”. 

Il clima di paura era tale da coinvolgere, a quanto riferito dalla nonna, anche il parroco. L’episodio nacque dalla necessità di battezzare il bambino della coppia: dopo un iniziale accordo, l’imputato si sarebbe opposto, arrivando a minacciare telefonicamente il sacerdote. La nonna ha inoltre ricordato un episodio di violenza fisica, in cui l’imputato strinse con forza il braccio dell’odierna persona offesa tanto da provocarle lividi. La madre della p.o. ha anche lei riconosciuto l’imputato nei filmati di sorveglianza. Le sue risposte all’avvocato della difesa, Ignazio Cardinale, hanno però sollevato alcuni interrogativi. La donna ha riferito che i problemi tra la figlia e il compagno erano, a suo dire, legati anche al fatto che il proprio marito e l’imputato facessero “comunella”, ma in realtà i dissidi, come ha chiarito in seguito, erano già preesistenti tra la donna e il proprio marito, tant’è che, a seguito dei problemi col marito, la donna ha venduto la propria attività ed è andata a vivere all’estero. La gestione del figlio minore è un altro punto delicato; dopo la separazione, la persona offesa era andata a vivere prima con la suocera e poi con la nonna. L’imputato aveva manifestato il desiderio di tenere il bambino e di vederlo in luoghi privati, ma la p.o. per il terrore che provava, dovuto anche al fatto che veniva pedinata e perseguitata telefonicamente, aveva deciso di acconsentire agli incontri solo in luoghi pubblici, scelta che l’imputato non avrebbe accettato. L’avvocato della difesa ha poi incalzato la madre della p.o. con domande sulla vita privata della figlia, chiedendo se fosse a conoscenza di un rapporto sessuale tra i due avvenuto dopo i fatti enunciati, e se fosse a conoscenza di una denuncia sporta dall’imputato contro l’ex compagna per sottrazione di persona incapace. La madre ha negato di sapere o di essere a conoscenza di entrambi gli episodi.

Marsala, l’ex compagno “Spiderman” a giudizio per minacce, lesioni e incendio • Prima Pagina Marsala

Assolti due castelvetranesi dall’accusa di tentata truffa e falsità ideologica a danno dell’INPS e di un’anziana signora

24 Luglio 2025

La Corte di Appello di Palermo II sez. penale ha assolto – con la formula “perché il fatto non sussiste” – i sig.ri L. B. S. (difeso dall’avv. Maurizio Montalbano) e D. A., i quali erano accusati di avere commesso i reati di tentata truffa e falsità ideologica commessa da privato, tanto in danno dell’INPS quanto in danno di un’anziana signora castelvetranese, M.M.

In particolare, i due imputati erano accusati di avere falsificato un contratto di assunzione, con la qualifica di badante, intercorrente tra la persona offesa M.M. ed il sig. L. B. S., di avere trasmesso la denuncia del suddetto rapporto di lavoro con la complicità di un sindacalista di Castelvetrano ed, infine, una volta cessato il detto rapporto lavorativo, di avere tentato di truffare l’INPS tramite la presentazione della domanda volta all’ottenimento dell’indennità di disoccupazione in favore del sig. L. B. S.

All’esito del giudizio di primo grado, il Tribunale di Marsala – ritenendo sussistenti i reati contestati agli imputati – condannava i sig.ri L. B. S. e D. A. ad una pena detentiva oltre che al risarcimento del danno nei confronti della persona offesa.

Gli imputati hanno contestato la sentenza e, nel corso del giudizio d’appello, è stata accolta la tesi difensiva avanzata dalle difese degli imputati e, in particolare, l’avvocato Ignazio Cardinale – subentrato nella difesa della sig.ra D. A. – evidenziava come il compendio accusatorio a carico dei due imputati fosse fragile e come le dichiarazioni della persona offesa – che negava di avere instaurato un rapporto di lavoro con il L. B. S. – non risultassero sufficientemente corroborate da altre prove atteso che, da un lato si ponevano in parziale contrasto con le dichiarazioni rese dai testimoni indicati dalla stessa persona offesa e dall’altro erano state smentite dai testimoni delle difese e da alcune prove documentali, tra cui spiccava il pagamento da parte della datrice di lavoro di alcuni bollettini previdenziali riguardanti il rapporto di lavoro “asseritamente” inesistente.

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“Non vi fu violenza sessuale a danno di una minore”. Assolto un castelvetranese

1 Luglio 2025

Era stato condannato nel luglio del 2021, dal Tribunale di Marsala – in composizione collegiale – alla pena di cinque anni e due mesi di reclusione, oltre a diverse pene accessorie – tra cui l’interdizione in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all’amministrazione di sostegno – ed al risarcimento del danno in favore della persona offesa, quantificato in 20.000,00 euro.

Adesso la Corte di appello di Palermo, sez. III Penale, ha ribaltato la sentenza del Giudice di Primo grado, assolvendo un uomo, D.C.F. di Castelvetrano, dal reato di violenza sessuale commesso in danno di un minore con formula “perché il fatto non sussiste”, ponendo così fine ad un’agonia durata per l’imputato per quasi sei anni, sebbene i fatti risalissero addirittura al 2012.

In particolare, il sig. D.C.F. veniva accusato di avere profittato di alcune occasioni in cui si era recato presso l’abitazione della presunta vittima, allora minorenne, per molestarla mediante toccamenti nelle zone intime.

Nella prima fase, il procedimento veniva avviato per il reato meno grave di atti sessuali con minorenne,  ma – dopo l’eccezione avanzata dalla difesa dell’imputato, avente ad oggetto l’assenza della querela e, dunque, l’improcedibilità dell’accusa – la Procura iscriveva la notizia di reato per il più grave delitto di violenza sessuale aggravata, poiché commessa in danno di minore.

Nel corso del giudizio di primo grado, erano stati sentiti anche i familiari della presunta vittima che, in ogni caso, non erano riusciti a confermare le dichiarazioni accusatorie, già di per sé – afferma il legale –molto lacunose, rilasciate dalla persona offesa che, tuttavia, veniva ritenuta attendibile anche sulla base di dichiarazioni di un test che riferiva di essere stato, a sua volta, vittima di violenze sessuali commesse in suo danno dallo stesso imputato.

Avverso la sentenza del Tribunale di Marsala, veniva proposto appello dall’avvocato Ignazio Cardinale (sotto in foto), difensore del D.C.F., con cui venivano evidenziate non solo le criticità delle prove accusatorie, tra cui le numerose contraddizioni presenti nelle dichiarazioni della persona offesa ma – altresì – come le affermazioni dell’unico testimone favorevole all’accusa fossero in realtà interessate, in quanto il detto ultimo si era reso responsabile di diversi atti estorsivi (purtroppo mai denunciati) commessi nel corso degli anni in danno dell’imputato.

Un incubo per l’imputato che aveva sempre “gridato” di essere innocente. Il suo legale si è mostrato estremamente soddisfatto, riferendo che “con questa sentenza della Corte di Appello di Palermo, con cui è stata riconosciuta la totale estraneità del mio assistito ai fatti che gli venivano contestati, è finito un calvario che si protraeva nei suoi confronti da tantissimi anni, in cui lo stesso è stato vittima di accuse ingiustificate e dicerie che lo hanno fatto piombare in un profondo stato di angoscia che ne ha condizionato la vita personale e professionale”.

Sentenza Artemisia, “Sconfessato l’originario impianto accusatorio, ricorreremo in appello”, i chiarimenti del legale del Dr. Giovanni Lo Sciuto

1 Luglio 2025

Riceviamo e pubblichiamo la nota dell’Avvocato castelvetranese Celestino Cardinale, difensore del Dr. Giovanni Lo Sciuto, imputato nel procedimento giudiziario Artemisia, a seguito della sentenza di primo grado stabilita dal Tribunale di Trapani e pronunciata dal Giudice Franco Messina lo scorso 27 giugno 2025.

“Con riferimento all’articolo da Voi pubblicato in relazione alla recente sentenza emessa dal Tribunale di Trapani nei confronti del Dr. Giovanni Lo Sciuto e di altri, preme, anzitutto, dire che quantomeno con la recente assoluzione del dr. Lo Sciuto e di altri dai reati di associazione per delinquere e di associazione segreta, il Tribunale non ha potuto non sconfessare l’originario impianto accusatorio che parlava di “sistema di potere” che avrebbe avuto esplicazione con modalità da loggia P2 casalinga e che aveva portato alla rappresentazione ed enfatizzazione di esso da parte della Procura della Repubblica di Trapani avanti alla Commissione Bicamerale Antimafia presieduta, all’epoca, dall’On.le Rosy Bindi.

Preme dire, inoltre, che, quanto alla parte di sentenza riguardante la gravissima condanna del Dr. Lo Sciuto e di altri col medesimo coimputati, pur con la prudenza dovuta in attesa del deposito delle motivazioni, pare potersi fin d’ora affermare che il dibattimento avrebbe dovuto portare ad un diverso esito, atteso che sono chiaramente emerse risultanze che fanno ragionevolmente ritenere che il dr. Lo Sciuto, oltre a non potere essere ritenuto responsabile collettore di rivelazioni di segreti di ufficio, per il resto non ha fatto altro che mostrarsi vicino all’elettorato, interessandosi, senza alcun patto corruttivo, dell’attività della Formazione e del sostegno a pratiche di invalidità di cui è stata dimostrata la presenza dei requisiti di legge per il loro accoglimento. Ovviamente le nostre doglianze saranno convintamente rappresentate in sede di appello”.

Sentenza Artemisia, “Sconfessato l’originario impianto accusatorio, ricorreremo in appello”, i chiarimenti del legale del Dr. Giovanni Lo Sciuto – Castelvetranonews.it

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